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Riassunto sull’affido condiviso all’italiana … di Salvatore Maccarone .

 

Ci sono padri straordinariamente felici di essere padri e di fare i padri. Perché è l’esperienza più bella della loro vita. Perché il figlio è, la loro vita. Perché crescere, educare, giocare, gioire col proprio cucciolo nutre il cuore, la mente, l’anima.

Ci sono madri, favorite da leggi come eluse ed applicate dai magistrati, che negano, di fatto, ai padri questo diritto. Negandogli così di vivere.

Ci sono padri che passano notti e settimane insonni; che subiscono: alienazioni genitoriali, telefonate interrotte con il figlio, figli manipolati, menzogne inculcate nel figlio e parole infamanti; assistono ad: accordi violati, aggressioni al patrimonio; vivono improvvisi sospetti imprevisti del figlio. Padri che vivono il figlio come un ostaggio, vile merce di scambio, corpo contundente, strumento di vendetta; arma non convenzionale. Ci sono padri che non vivono più serenamente, che non lavorano più serenamente, che non gioiscono più, che non riescono più ad immaginare il proprio futuro. Ci sono padri che si impoveriscono, aggrediti patrimonialmente. Che finiscono a fare la coda dai padri gesuiti o dormono in auto. Che hanno sconvolgimenti esistenziali non più riparabili, destinati a restare come inchiostro d’odio su candida seta. Ci sono padri negati.

Uno dei maggiori drammi della società moderna, nella quale una coppia su due è destinata a separarsi, riguarda i padri che si “separano”, ai quali si oppongono le madri con “violenza” negando loro l’esercizio della condivisione genitoriale nella crescita del figlio. La letteratura spiega che in una “separazione” (in un matrimonio o in una convivenza more uxorio) le donne tendono spesso a usare il figlio come arma e i padri invece strumentalizzano il mantenimento.

Il legislatore è intervenuto con la legge 8 febbraio 2006, n. 54 (separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli), capovolgendo il sistema allora vigente, in base al quale i figli venivano affidati a uno dei genitori secondo il prudente apprezzamento del presidente del tribunale o del giudice o secondo le intese raggiunte dai coniugi.

Le nuove norme attuano il principio della bigenitorialità (invalso negli ordinamenti europei e presente nella Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989, con cui si riconosce il preminente e superiore, ma non esclusivo, interesse del bambino, da attuarsi in ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico), riconoscendo a entrambi i genitori il diritto di essere realmente tali verso il bimbo e il contestuale diritto del bimbo di essere cresciuto da entrambi.

Con la legge n. 54/06 sono state apportate modifiche al codice di procedura civile e, in caso di separazione dei genitori, i figli saranno affidati come regola a entrambi i genitori, ed eccezionalmente solo a uno quando in tal senso spinga l’interesse del minore e l’affidamento condiviso ne determini una situazione di pregiudizio. Il principio è fondamentale ma in una situazione conflittuale, molto spesso voluta e creata dalle madri, è difficile metterlo in pratica, soprattutto se la forbice tra i genitori (educazione, residenze, abitudini) si allarga. Diventa dunque essenziale il ruolo del giudice e degli avvocati che assistono le parti.

Occorre infatti che la legge venga applicata con equilibrio, saggezza e responsabilità, dai giudici minorili e che gli avvocati che assistono i genitori in tale delicato conflitto siano innanzitutto competenti, esperti e responsabili. Si  conoscono invece tanti cialtroni che danneggiano le parti e soprattutto l’interesse dei minori arrecando danni irreparabili. Tali incompetenti andrebbero sanzionati con la radiazione o l’espulsione. Non sono esclusi certi operatori dei servizi sociali.

Il Tribunale per i Minorenni (T.M.) esercita nello spirito della realizzazione del migliore interesse del minore e ha giurisdizione penale, civile e amministrativa. E’ organo specializzato della giustizia, composto da quattro giudici (due togati e due onorari).  In Italia ci sono 29 tribunali minorili, con 782 magistrati, dei quali circa 600 sono onorari. La selezione dei giudici andrebbe fatta col massimo rigore possibile poiché gestiscono situazioni di straordinaria importanza. Superficialità, intempestività, elusione della legge e del relativo spirito, corruzione, andrebbero severamente sanzionati.

Ricordiamoci dunque che dove c’è un padre negato, c’è sempre un bambino negato

 

COSTITUZIONE ITALIANA

 

Ar. 2 – La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, ecc.

Art. 3 – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Art. 30, 1° comma – E’ dovere e diritto dei genitori, mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio.

Art. 30, 3° comma – comma  3° – La legge assicura ai figli fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.

 

LEGGE 08 FEBBRAIO 2006, N. 54,    ART. 155

 

 

«Art.    155. – (Provvedimenti riguardo ai figli). Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, il giudice che pronuncia la separazione personale dei coniugi adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole.
La potestà genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione e alla salute sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente.
Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

1) le attuali esigenze del figlio;

2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;
3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
4) le risorse economiche di entrambi i genitori;
5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

L’assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi».

Sembra chiaro che il legislatore al primo comma, coerente con la Costituzione, ha voluto indicare gli obiettivi della relativa legge dando mandato ed autonomia ai giudici di perseguire la realizzazione delle dette finalità tenendo conto anche dei successivi disposti della medesima legge.

La legge deve prevedere casi astratti ed i giudici sono chiamati ad applicarla approfondendo le fattispecie e ponendosi super partes ed equidistanti dalle parti.

 

Faccio notare:

che il mandato dato ai giudici appare molto ampio ed attribuisce loro una discrezionalità tale che, essendo comunque uomini, può sconfinare in abuso o elusione della legge ed addirittura della Costituzione stante che possono essere messi in forse o elusi diritti fondamentali della persona e perseguiti obiettivi diversi da quelli previsti dalla legge;

Rispetta la legge un giudice che consente al genitore non domiciliatario di prelevare il figlio anche ogni giorno salvo a collocarlo sulla luna? Sarebbe come gravarlo di costi insostenibili per impedirgli,  di fatto, di prelevare il figlio per poi accusarlo del mancato prelievo.

 

Il termine esclusivo, e non prevalente, sembra eccessivo perché può dar luogo alla sottomissione, se non annullamento ingiustificato, di diritti fondamentali dei genitori che comunque sono persone.

Se un genitore ed un minore hanno entrambi fame e vi è la disponibilità di un panino, questo  deve essere utilizzato per sfamare il minore, ma se vi è la disponibilità di un chilo di pane, non  sembra giusto che sia dato esclusivamente al minore sfamandolo e buttando o utilizzando diversamente il rimanente.    Giusto sarebbe che con la parte restante si sfami anche il genitore tenendo conto anche che a procurare quella quantità di pane è stato proprio il genitore;

Mantenere un rapporto continuativo ed equilibrato con ciascun genitore dovrebbe essere uno degli obiettivi primari della legge stante che sembra voler garantire al minore, ma anche ai genitori che non sono animali ma persone capaci di sentimenti ed affetto,  l’edificazione di rapporti affettivi e di conoscenza reciproca. Pertanto, il giudice, tenendo conto e conoscendo le diverse fattispecie, dovrebbe tendere, anche con valutazioni comparative, a garantire che il minore trascorra il maggior tempo possibile con ciascuno dei genitori stante che è primariamente il tempo, oltre che la sua qualità, a favorire la crescita di un rapporto.  Mal si addice, quindi, il termine “Visita di un genitore non collocatario”. Una persona può far visita ad uno zoo, a degli amici.

 Meschina è la previsione di  prelievi del minore per un giorno, dalle 10.00 alle 20.00 anche per festeggiargli il compleanno, per il genitore non collocatario che risiede ad una certa distanza dalla residenza del minore e, soprattutto, quando il minore ha un’età di due anni. Chiaramente si ha rispetto per gli zingari ma, quella, è una scelta di vita, non si può imporre.

Se l’istruzione è demandata alla scuola anche  i genitori svolgono un ruolo primario a tal fine oltrechè  nell’educazione e cura dei figli e ciò può essere garantito solo da una frequenza continua del minore con entrambi i genitori. Ancora, il tempo assume rilevanza essenziale. Quanto detto subito sopra è essenziale anche ai fini della creazione di un rapporto significativo con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Quindi,  risulta inspiegabile che il giudice non  permetta al  genitore non collocatario, residente ad una certa distanza dalla residenza del figlio, la permanenza con il figlio, in età scolare,  per tutto il periodo delle vacanze estive e spezzetti, nell’arco dell’anno, le visite senza tener conto dell’età del minore, del disaggio creato a padre e figlio e dei costi di viaggio sostenuti dal detto genitore.

Non sarebbe meglio prevedere periodi di permanenza settimanali in coincidenza delle feste, Natale, Pasqua, compleanno oltre le vacanze estive e fermo restando di concordare, al bisogno, altre giornate di permanenza del minore con il genitore non collocatario? Un diverso comportamento fa pensare che il rapporto con il genitore non collocatario non lo si vuol foraggiare anzi, lo si considera residuale e non necessario.  Così si raggiunge la finalità della legge? Si rispetta la costituzione? Si fa l’interesse del minore?

Può un giudice decidere che dell’istruzione se ne occupi esclusivamente il genitore collocatario considerando le relative spese nell’assegno di mantenimento e così di fatto escludendo l’altro genitore?

Un bambino, compiuti i tredici anni, ha già formato la sua educazione, buona o brutta che sia difficilmente potrà essere cambiata o modificata.,  Se l’ambiente nel quale è stato collocato il minore o lo stesso genitore collocatario creassero le condizioni affinché il minore non volesse più andare a scuola? Come si giustifica una tal eventualità e di chi è la responsabilità?

In caso di relativa distanza  non si comprende quale sia l’interesse del minore ad essere prelevato e riaccompagnato dal genitore  non collocatario presso l’altro genitore quando potrebbe essere prelevato da apposito luogo a metà strada o prelevato da uno e ripreso dall’altro.

 Ad un  minore, in tenera età e con un genitore collocatario malevolo,  che preferisce stare con il genitore non collocatario e che constata che comunque è questi che lo riporta dove lui non vuole andare, che alternativa istintiva rimane, soprattutto se gli viene maldestramente  spiegato, dall’altra parte,  che è il genitore non collocatario che non lo vuole e al quale il minore si rivolge dicendo: “ tu poi mi lasci solo”?

 

Al legislatore spesso sfugge o non prende in considerazione ciò di cui nella quotidianità, oggi,  tutti  si avvalgono:  telefonini, Skype, internet. In una fattispecie in cui c’è una qualche distanza l’utilizzo di questi strumenti per comunicare, vedersi, informare, perché non è tenuta in considerazione? 

Perché la scuola non è tenuta a dare notizie al genitore non collocatario anche utilizzando i detti strumenti?

Quando il genitore  collocatario, con pretesti,  non consegna il minore nei giorni stabiliti dal decreto, al genitore non collocatario, così disattendendo dolosamente il provvedimento del giudice e vanificando i sacrifici dell’altro genitore, perché non s’interviene subito, o al massimo la seconda volta con ammonimento anziché archiviare  le relative denunce anche con testimoni o far passare degli anni?

Perché il genitore collocatario non è tenuto a dare notizie circa il minore all’altro genitore così estraneando questi completamente dalla quotidianità del figlio e non è sanzionato quando non informa l’altro su scelte importanti per la vita del minore salvo a passare degli anni e dopo innumerevoli denunce? 

 

In relazione alla determinazione dell’assegno di mantenimento per il minore, c’è da dire che anche qui la discrezionalità e le leve date al giudice sono molto ampie e discresionali. Intanto non si spiega, stante il diritto del minore ad avere rapporti continuativi ed equilibrati con entrambi i genitori, come mai tra i criteri non si comprende il costo del viaggio del genitore non collocatario per prelevare il minore dal luogo dove esso è stato domiciliato (o il prelievo da luogo equidistante). Questo ci fa comprendere con quanta forza e volontà il legislatore credeva al primo comma della legge stante che la leva dell’assegno, e le relative condizioni della fattispecie, di fatto, possono impedire al genitore non collocatario di prelevare il figlio per motivi economici.

Mi chiedo,  per quale motivo non si prevedono scaglioni d’età (es. 0-2, 2-6, 6-10,10-13, 13-18.) per ciascuno dei quali, alla luce d’indagini ISTAT sul costo sostenuto da famiglie italiane medie,  si fissano dei minimi e massimi entro i quali il giudice, in considerazione delle fattispecie, può muoversi?

Chiaramente, fissato l’occorrente per il minore, ciascun genitore contribuisce in base al proprio reddito. Perché, di fatto,  decide liberamente il giudice con esclusivo riferimento al reddito del genitore non collocatario? Perché non si determina il contributo del genitore collocatario? Perché il genitore non collocatario non può controllare se la somma destinata al minore, chiaramente in relazione ad importi di un certo ammontare non al minimo, gli sia effettivamente spesa? Perché nessuno controlla se il genitore collocatario consegna il minore al genitore non collocatario dotato del necessario per il periodo di permanenza con quest’ultimo?

Se si considera, come i giudici di fatto considerano, che l’assegno per il minore è annuo a prescindere di quanto tempo il minore permanga con l’altro genitore, allora l’importo effettivo dell’assegno  o non è, di fatto, quello stabilito dal giudice ma di molto superiore e quindi può essere esoso o sproporzionato o è tutta una farsa, per cui la legge non ha il valore ed il senso che si pubblicizza stante che il genitore non collocatario è utile solo per dare i soldi previsti dall’assegno e, se poi, senza alcun obbligo, vuole fare il padre, a tale scopo, sotto i limiti imposti e a discrezione del genitore collocatario, deve pagare ulteriormente. Siamo palesemente contro la legge e la Costituzione. I due genitori non sono uguali dinnanzi alla legge questa non è super partes ed equidistante da entrambi, e non sono uguali dinnanzi al minore.

Siete convinti che  in relazione al criterio che indica la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore il giudice consideri anche quelli che esercita il genitore non collocatario quando il minore è con lui? Considera anche se  il minore è iscritto all’asilo o a scuola a tempo pieno dal genitore collocatario perché lavora o il giudice vuole indennizzare il genitore collocatario per l’esercizio delle funzioni di genitore? Pensate che  per il minore spende di più chi lo tiene una settimana isolata o chi una settimana la estrae dalla  quotidianità?

Premesso che è proprio  compito dei giudici calare la legge alle specifiche fattispecie, ad oggi non comprendo, salvo quanto sentito da salotti specificamente conditi, quali siano i criteri seguiti dai giudici per stabilire con quale genitore deve essere collocato il minore. Vi è forse stata qualche sperimentazione scientifica dove a parità di condizioni sono stati collocati X minori presso i padri e X minori presso le madri ed i minori collocati presso i padri sono cresciuti con qualche carenza mentre quelli collocati presso le madri sono cresciuti perfettamente? La mia esperienza di genitore mi dice che, seppure abbia chiesto al giudice di collocare mio figlio presso il mio domicilio, di tale richiesta non è stata fatta menzione nel decreto. Forse per non incrementare  statisticamente il numero dei padri che ne  fanno richiesta o per non farne trovare traccia in caso la lite avesse un seguito?

Chiaramente ci si riferisce a fattispecie normali, dove non entra il penale o altro e dove il contrasto e frutto di scelte contrastanti di genitori  ed il figlio  lo si utilizza, come peraltro la legge permette, quale strumento di ricatto e ostaggio per ottenere rivalse e maggiori vantagi economici ed affettivi di una parte sull’altra. Di solito il genitore reso evidentemente più forte è il genitore collocatario del minore.

 

Faccio un esempio circoscrivendolo strettamente.

 

Padre lavoratore, stipendio €. 1900.00 al mese – madre lavoratrice, stipendio €. 1700.00 al mese. Un figlio minore, naturale,  riconosciuto, di anni due. Il padre risiede in Sicilia, la madre in Calabria. Il figlio nato e battezzato in Sicilia a spese del padre.

Il padre chiede primariamente al giudice che il figlio, in regime d’affidamento condiviso, sia collocato presso di lui senza alcun onere per la madre che può vederlo e portarlo con sé quando vuole compatibilmente con le esigenze del figlio e ciò in considerazione che il padre considera il figlio una ricchezza e non un costo e chiedendo anche di accertare, per il tramite dei servizi sociali del luogo, la capacità del padre e dell’ambiente paterno di seguire il figlio e assicurargli una corretta crescita psicofisica, culturale ed educativa che, ritiene, di molto superiore rispetto all’ambiente materno dove il bambino, indifeso, si trova anche in palese conflitto d’interessi. In sub ordine chiede,  sotto la responsabilità del giudice se collocato presso la madre, che possa tenerlo presso di se una settimana al mese.

La madre chiede l’affidamento esclusivo del figlio ed un assegno di mantenimento per il minore di €. 700.00.

Il giudice di prima istanza con un primo decreto decide per l’affido condiviso e la collocazione del minore presso la casa materna con la possibilità del padre di prelevarlo dalla casa materna e tenerlo con se per una settimana al mese, una settimana, alternando, o per Natale o per capodanno, un giorno dalle ore 10.00 alle ore 20.00, alternato, per Pasqua o per  l’Angelo, per il compleanno o per l’onomastico, più eventuali altri giorni infrasettimanali da concordare con la madre. In età scolastica, cessa la settimana mensile e si aggiungono 15gg. in giugno, 15 a luglio e 15 in agosto.

Il giudice senza nulla accennare, chiedere e sentire nell’incontro con i genitori, decide anche per il tempo in cui il minore andrà a scuola.

Il giudice, con un secondo decreto, decide per la parte economica fissando un assegno perequativo per il minore, che il padre deve mensilmente corrispondere alla madre, da rivalutare, di €. 600.00 comprensivo delle spese scolastiche. Spese straordinarie al 50%.

Il minore ha sempre due anni ma molto probabilmente il giudice ha tenuto conto che la madre, lavoratrice, lo lascia all’asilo, come dopo a scuola dove pranza,  a tempo pieno, dimenticando che esiste l’asilo pubblico.

Se il padre è chiamato a corrispondere 600.00 €. con uno stipendio di 1900,00 €. La madre con uno stipendio di 1700,00 €. dovrebbe contribuire con €. 537,00. Quindi, per un bambino di due anni, secondo il giudice, occorrono 1.137,00 €. al mese pari ad €. 284,00 €. a settimana.

In un anno, secondo il giudice,  il figlio dovrebbe stare con il padre una settimana al mese per un totale di 12 settimane, più la settimana delle festività natalizie ed i giorni alterni come previsto.

Per prelevare il figlio, il padre, tenuto conto dell’età, del giorno e dell’ora  fissi del prelievo, a prescindere dalle condizioni atmosferiche, del mare e delle stagioni, deve sostituire l’auto per comprarne, anche se usata, una che gli garantisca, a lui ed al figlio, sicurezza nel viaggio.  Costo €. 26.000,00 pagati con mutuo. Il costo del viaggio per prelevare e riportare il figlio presso la casa materna ammonta a €.210,00 a settimana compresi traghetto ed autostrada.

Il padre, che predispone tutto per accogliere il figlio e che sta con lui 24 ore al giorno, lo ama,  gli compra tutto per il vitto e paga per due ore al giorno una ragazza che quotidianamente prepara, ad entrambi, da mangiare e lava la biancheria; sopperisce allo scarso abbigliamento con il quale la madre lo consegna e gli compra,  di volta in volta, dei giochi: biciclette elettrica,  motorino elettrico, altalena, telefonino, due tablet, e tantissimo altro, lo porta in piscina, ai parchi giochi ed all’acqua park e lo sottopone, al bisogno e avvisando la madre  senza mai chiedere nulla, alle occorrenti visite mediche specialistiche.

Allora, riassumendo: 600,00 assegno, più 210,00 viaggio, più 284,00, ma sono molti di più, cura settimanale del figlio, sommano €. 1.094,00 €. al mese. A questa somma si deve aggiungere la rata di mutuo per la macchina e le spese legali, ad oggi,  oltre €.13.000,00.

 

Molto spesso, con pretesti, la madre non consegna il figlio al padre, vanificando i sacrifici di questo. Cambia più volte asilo al figlio ed anche la residenza senza comunicare nulla al padre, sottopone immotivatamente e per negligenza ed incuria il figlio ad esami invasivi ricorrendo anche a bugie che traggono in inganno i medici ed il padre, non comunica al padre con chi lascia il figlio in sua assenza e non da notizie sulla quotidianità del medesimo, su chi frequenta, che tipo di educazione riceve e da chi, diffida prima gli asili e dopo la  scuola a dare notizie sul figlio al padre che gli obbediscono sebbene al corrente della situazione. Tutto è denunciato più volte  e tutto è archiviato. Le uniche notizie il padre le  apprende dal figlio quando si trova presso di lui ma, con il crescere, il figlio è educato all’omertà  e  si  rende conto che il padre comunque, grazie alla distanza ed a quello che la madre gli ha fatto capire, non può difenderlo.  Quando il bambino era troppo piccolo ed era con il padre per una settimana, la madre lo chiamava al telefono e, con astuzia, gli piangeva al telefono dicendogli che gli mancava, quindi, il bambino più grande, lo intimidisce e ricatta. Le centinaia di volte che il padre ha chiamato il figlio, sempre in compagnia di qualcuno, il figlio non riesce a parlare liberamente e  spesso, si  esprime con versi.

Nonostante le sopradette pesanti ed onerose condizioni, il padre, ricorrendo: alla cessione dei due quinti dello stipendio,  al giudice per vedersi ridotto l’assegno (è stato ridotto a quattrocento €.400,00 mensili e, magari, versandone una parte alla madre poi successivamente e completamente integrata), all’aiuto di amici e parenti, riesce  a far fronte a tutto. La questione però, come preannunciata dal padre, rimane critica perché il padre, tutto pagato, si ritrova con una trattenuta sullo stipendio di 700,00 euro al mese dovuta al rimborso della cessione dei due quinti dello stipendio e, quindi, percepisce uno stipendio di circa 1200,00 €. al mese dal quale va detratto l’assegno di 400,00 €.

Il padre deve mantenersi e curarsi e sostiene tutte le spese, tasse, occorrenti per un’abitazione.

 

Esaurite tutte le fonti di finanziamento, il padre, grazie al provvedimento originario e come era ampiamente prevedibile, non è più nelle condizioni di prelevare il figlio. Chiaramente, qui non si fa cenno delle questioni relativi al padre, della sua quotidianità e degli ulteriori impegni cui è chiamato a far fronte come spese di produzione del reddito stante che lavora in comune di non residenza.

 

Il padre, a tal punto ed alla luce dell’esperienza fatta, chiede  che sia modificato il provvedimento e cioè: che l’assegno sia diminuito e portato a 300,00 €. al mese, spese straordinarie al 50%; che il figlio, ormai di otto anni, gli sia consegnato a Villa S. Giovanni; che possa tenerlo con se dal 15 giugno al 31 luglio e, quindi, una settimana, alternata, o Natale o a capodanno, una settimana per le festività pasquali, ed una a febbraio in modo che sia ricompreso il giorno 20; che al bisogno, concordandolo con la madre, possa visitare il figlio in singole giornate infrasettimanali; che il padre possa in qualunque momento, ma senza disturbare o interrompere lezioni, recarsi, preavvertendo, presso la scuola del figlio per notizie; che la madre  consegni il figlio dotato dell’occorrente abbigliamento per il tempo che  rimane con il padre;  che sia la madre che la scuola  informino il padre sul figlio in relazione alla quotidianità del rispettivo mandato educativo, permettendo la madre al figlio anche di mettersi in contatto  con il padre utilizzando  Skipe e  il telefonino, strumenti dei quali il padre dota  il figlio.

Si evidenzia che al figlio sono così destinati 568,00 €. Mensili per spese ordinarie che gestisce autonomamente la madre, 300,00 dal padre e 268,00 dalla madre.  Se si rifanno i conti,  al padre, costerà sempre di più di 300,00 €. mensili, comunque, si garantirà al figlio la presenza paterna e dei relativi parenti, la costruzione del reciproco rapporto affettivo e la partecipazione paterna alla cura all’educazione ed istruzione del figlio che si ritiene, in questo caso, di fondamentale importanza.

La mancata accettazione di tale proposta, che esclude il padre al figlio e viceversa, nell’interesse di chi è?

La madre potrebbe avere interesse ad allontanare il figlio dal padre, oppure, a speculare sull’assegno non solo non contribuendo ma addirittura facendo la cresta, il giudice però, che interesse ha a favorire un tale atteggiamento e nell’interesse di chi opera?

La proposta si considera pellegrina? E’ opportuno richiamare la responsabilità del giudice in caso di rigetto per i danni derivanti a padre e figlio?

Si fa notare che il ricorso, dopo l’appello, ad ulteriori strumenti giudiziari richiede ancora tempo e dispendio economico senza certezza, data la situazione, di risultato e che lo sperpero del frutto del lavoro paterno implica oltre che l’interruzione del rapporto padre figlio e relativi parenti paterni, problemi al padre e la privazione di un futuro per il figlio.

Il padre è consapevole, come lo è il legale della madre, che la madre paga l’onorario al suo legale con i soldi del padre destinati al figlio.

 

Pensate che, sulla questione esposta, quanto accade in Italia nella completa indifferenza di tutti sia civile, legittimo e costituzionale? 

Perché la chiesa, consapevole stante anche i padri che si rivolgono alle mense, che si batte con tanta forza contro la questione dell’affido a persone dello stesso sesso richiamando l’importanza della bigenitorialità fra persone di sesso diverso, nei casi in cui al minore viene negato al padre, si volta dall’altra parte?

Un padre che viene immotivatamente, indirettamente e professionalmente privato del proprio unico figlio, del frutto del proprio lavoro e, conseguentemente, della propria dignità, della serenità, della salute e della propria progettualità di vita, come si deve comportare? Deve subire qualunque prevaricazione della legge e della  madre, anche sul figlio e per il “bene” di questi, stante che, a tal punto, il figlio costituisce loro  strumento ed ostaggio? Che reazioni deve avere? Deve richiamare, se può o se gli è consentito, la responsabilità del giudice per il danno prodotto a padre e figlio e per le eventuali relative conseguenze?

 

“Volete sapere come si sente un padre negato?

 

Si sente annientato scientificamente dall’indifferenza di questa società che lo ha privato dell’amore del proprio bambino adorato senza un apparente motivo.
Allo stesso tempo cresce una specie di negazione della paternità, come se non avessi meritato di essere padre, di ricevere quel supremo dono di vita.

L’ animo si  inaridisce e si sente estraneo al figlio, non piange e non soffre più,  resta solo un ricordo vago, una rabbia repressa, un senso di impotenza che  schiaccia e riduce la sofferenza e poi l’apatia.

salvatore maccaroneNon significa  abdicare come padre, anzi si sente ancora forte il legame del sangue, ma è come se si  amputasse una parte del corpo, qualcosa di personale che non c’è più.
Ci si sente fragile a convivere con questo vuoto e cosi nel tempo  si  mette in moto un riflesso naturale di autodifesa che limita il respiro e libera la mente dai pensieri brutti e fa da antidoto, speriamo, a quel sentimento pesante di vendetta che emerge verso tutti gli attori responsabili di  un delitto così atroce.

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Abbiamo deciso di pubblicare questa lettera che ci è stata inviata dal Sig.re Salvatore Maccarrone che con grande capacità di disamina ha dato un quadro chiaro sia di come sia la situazione riguardante l’affido condiviso in Italia nel 2015 e al contempo ci ha dato un esempio di come influisca in modo drammatico sulla vita dei piccoli contesi che dei genitori.

Grazie per averci inviato questa preziosa lettera.

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